"Alì Babà e i quaranta ladroni" al Teatro alla Scala

Un titolo del tutto insolito quello proposto dal Teatro alla Scala per il Progetto Accademia 2018Alì Babà e i quaranta ladroni di Luigi Cherubini infatti è andata in scena in epoca moderna solo due volte: a Essen nel 1962 e proprio alla Scala nel 1963 con la direzione di Nino Sanzogno e Alfredo Kraus tra i protagonisti (in lingua italiana e con diversi tagli).
A dire il vero, anche all’epoca in cui fu composta l’opera non ebbe grande successo. Correva l’anno 1833, Cherubini aveva settant’anni ed erano lontani i tempi del successo della sua Medèe. Il genere che imperversava in quel periodo a Parigi era il Grand Opéra, non propriamente congeniale al compositore. In un primo tempo, Cherubini avrebbe dovuto comporre un lavoro in tre atti per l’Opéra Comique, motivo per cui venne scelto il libretto leggero di Mélesville e Eugene Scribe con la presenza di personaggi buffi. Successivamente, venne deciso di rappresentarla al Theatre de l’Opera, e quindi da tre atti si passò a quattro più prologo; l’orchestrazione fu riadattata e rimpolpata, i recitativi parlati vennero musicati e vennero aggiunti due balletti. Il libretto rimase però lo stesso, e ciò che venne fuori fu un pasticciato "Grand Opéra comico". Il risultato non fu dei migliori: nonostante Cherubini avesse avuto a disposizione i migliori solisti disponibili a Parigi in quel periodo (nel cast figuravano Adolphe Nourrit, Laure Cinti-Damoreau e una poco più che debuttante Marie Cornélie Falcon) questo non bastò ad evitare che l'opera cadesse sotto gli strali della critica e la tiepida risposta del pubblico. Dopo sole 11 recite, Alì Babà sparì dai cartelloni dell’Opéra per poi cadere lentamente nell’oblio.
Nonostante si dovessero cimentare con un’opera musicalmente impegnativa ma poco ispirata, allievi e insegnanti dell’Accademia del Teatro alla Scala hanno messo su uno spettacolo gradevole, ben fatto, che non ha nulla da invidiare a tante produzioni cosiddette “senior”. C’è da dire che la messinscena è stata affidata a una signora regista quale Liliana Cavani,che ha avuto la possibilità di lavorare con i giovani artisti per tutto l’anno e costruire lo spettacolo nei dettagli. Durante l’ouverture Cavani pone i giovani protagonisti in una moderna biblioteca: un ragazzo e una ragazza iniziano ad amoreggiare tra i banchi e lui le spiega da lontano (disturbando gli altri lettori) che sta leggendo la storia di Alì Babà. Capiamo così che tutta la storia è vista attraverso la fantasia del giovane lettore, che immagina se stesso e la ragazza di cui è innamorato nei ruoli dei due giovani amanti, Nadir e Delia. Il resto dell’opera scorre molto linearmente, la regia segue il libretto senza forzature. L’ambientazione è arabeggiante, come sottolineano le belle e colorate scene di Leila Fteita (che gioca sulle prospettive per dare profondità agli ambienti), e i costumi di Irene Monti.
La compagnia dei giovani cantanti si è distinta per bravura ed entusiasmo, con qualche punta di eccellenza, a partire dall’applauditissimo Riccardo della Sciucca, un Nadir dalla voce di rara qualità, da vero tenore lirico (e forse anche qualcosa di più) “italiano”. La giovane età gli dà ancora margine per perfezionare le note di passaggio e imparare a gestire meglio una natura così generosa. Ne sentiremo parlare. 
Non è da meno del suo collega Francesca Manzo (Delia), che con la sua voce da soprano lirico leggero (ma dai centri corposi) e una tecnica ben salda ha tenuto testa a una tessitura non facile, che insiste sul passaggio e ha pochi sfoghi in acuto. Molto ben eseguita (e applaudita) la sua aria del terzo atto, che è anche uno dei momenti musicali più interessanti dell’opera.
Il protagonista Alì Babà era impersonato da Alexander Roslavets, buon basso buffo dalla voce omogenea e di buon volume, che però non è riuscito ad imprimere al suo personaggio quella vis comica necessaria per essere riconosciuto quale mattatore della serata. 
La verve attoriale invece riscatta ampiamente Eugenio Di Lieto, che nonostante abbia offerto una prova vocale più debole rispetto all’altro buffo, tratteggia con ottima padronanza scenica il capo dei doganieri Aboul-Assan come un uomo pieno di tic e dipendente dagli ansiolitici.
Positiva anche la prova di Alice Quintavalla nei panni della schiava Morgiane, che esibisce centri e gravi ben torniti e riesce a ritagliarsi un piccolo successo personale in un ruolo di per sé poco accattivante.
Molto buona anche la prova dei “cattivi”, da Maharram Huseynov, capo dei briganti Ours-Kan dalla voce imponente, a Gustavo Castillo, sonoro luogotenente Thamar. Un plauso in più a Chuan Wang, voce da tenore di grazia ideale per ruoli da caratterista come questo del tesoriere dei briganti Calaf (non a caso nell’edizione del 1963 questo ruolo lo ricoprì Piero De Palma).
Completava il cast Ramiro Maturana nel ruolo di Phaor, maggiordomo di Alì Babà.
Paolo Carignani ha fatto il suo debutto nel teatro milanese guidando con energia un’Orchestra dell’Accademia in ottima forma e dal suono pulito, in ottima sintonia con il palcoscenico. Precisa anche la prova del Coro dell’Accademia guidato da Alberto Malazzi, così come quella dei giovanissimi allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia che hanno eseguito le eleganti coreografie di Emanuela Tagliavia.
Tirando le somme, questo Alì Babà forse si fa ascoltare meno di altri capolavori, ma si riscatta grazie a una messinscena e ad interpreti, seppur giovani, di qualità. Un giudizio condiviso anche dal numeroso pubblico che affollava il teatro e che ha rivolto applausi generosi a tutti.
(recensione pubblicata su OperaClick il 5 settembre 2018)

Link originale http://www.operaclick.com/recensioni/teatrale/milano-teatro-alla-scala-alì-babà-e-i-quaranta-ladroni

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